Orientamento e disorientamento

di Benedetta Pazzagli | del 04/02/2013
Orientamento e disorientamento

In questi giorni sono stata invitata  dal Preside a partecipare ad una riunione sull’Orientamento Scolastico tra scuole del Mugello: erano presenti  colleghi di varie scuole delle secondaria di primo grado e della secondaria di secondo grado, formatori di  agenzie deputate all’orientamento e docenti dell’Università . Questo è infatti il tempo in cui nella scuola si parla più diffusamente del tema, anche a motivo del giudizio orientativo che, come insegnanti, siamo chiamati ad indicare nelle schede di valutazione per le famiglie.

 U.Galimberti nel Dizionario di Psicologia (2006) definisce l’Orientamento come “ la consapevolezza di sé e del proprio rapporto con la realtà esterna sulla base di coordinante spazio-temporali e delle relazioni interpersonali”. Di Orientamento e delle sue declinazioni si occupano varie scienze di studio: quello che a noi qui interessa è il concetto di orientamento come “costruzione della propria identità” e come “fiducia nelle proprie capacità di intervento nel mondo” (Ibidem). Orientamento, quindi, come processo complesso che si costruisce  nell’arco della vita e di cui si pongono le basi nell’età evolutiva, grazie alle interazioni con l’ambiente familiare e sociale (di cui le relazioni scolastiche fanno parte): ambiente che può favorire o ostacolare il fare esperienze, il commettere errori, lo sviluppo di appartenenza  da un lato e di autonomia dall’altro, da parte della persona.

Tutte le Abilità di vita (Life Skills) indicate dall’OMS sin dal 1992 sembrano concorre all’Orientamento così inteso: lo sviluppo di autoconsapevolezza, la comunicazione, le relazioni interpersonali, il problem solving, il decision making, la gestione delle emozioni e dello stress, il senso critico l’empatia e  la creatività.

E l’orientatore? Figura entrata nelle scuole da qualche anno, preferita alla figura dello psicologo - che nell’immaginario collettivo evoca ancora principalmente fantasie di disagio e di malattia, piuttosto che di prevenzione e sviluppo di risorse- è colui che, con formazione assai diversificata, si propone di aiutare famiglie e ragazzi nella scelta della scuola o del lavoro che dovranno compiere. Si parla così di orientamento informativo e formativo, anche se spesso non è chiaro come e se queste figure di esperti – che certamente possono apportare un contributo alle risorse già esistenti- si raccordino con gli attori già presenti a scuola e con le consapevolezze da loro già maturate, con quanto  cioè alunni e famiglie hanno già scoperto di sé e con l’eventuale lavoro dello psicologo dello sportello di ascolto.

Personalmente, da anni, sostengo nel mio Collegio Docenti che l’orientatore è l’insegnante  e questo non certo per farne un tuttologo, ma perché ritengo che orientare sia parte della professionalità docente e del ruolo di formatore che il docente ricopre. L’insegnante come “altro significativo” accanto alle figure genitoriali, può testimoniare la passione per la relazione con le persone che a scuola incontra - in modo privilegiato gli alunni - insieme alla passione per la disciplina che insegna e che ha scelto come mezzo per entrare in relazione con i ragazzi e per contribuire alla loro crescita e al loro apprendimento, cognitivo ed emotivo.

Ma non può evidentemente essere orientatore chi non si è prima orientato a sua volta, chi non ha fatto chiarezza sulla propria storia e sulle proprie scelte e proprio per questo sceglie anche di rimanere aperto a dis-orientamento che, inevitabilmente, l’incontro con l’altro evoca . Accettare il disorientamento, dunque, non come confusione ma come condizione dell’esistenza umana: esso ci mantiene aperti alla novità dell’altro, all’imprevisto, alla continua ricerca di strumenti, che ci permettano di rispondere ai bisogni di appartenenza e di autonomia, che ci accompagnano  per tutta la vita.

Tornando alla riunione sull’orientamento a cui ho partecipato, lì si parlava di schede, di strumenti di informazione da mettere a punto per facilitare il passaggio di dati tra ordini di scuole diverse,della volontà di prevenire il disorientamento dell’alunno e l’abbandono scolastico, della necessità -nelle parole di una collega - di “costruire classi il più possibile omogenee”. Personalmente ritengo che anche questi possano essere strumenti utili al nostro lavoro, ma non sono i più importanti:è l’insegnante che deve viversi come orientatore a partire dal dare un nuovo orientamento alla propria didattica, rendendola più capace di dialogare con le competenze già acquisite dagli alunni- e anche con i loro limiti – stimolando consapevolezze e ricercando insieme  strumenti per affrontare la complessità del reale, accettando anche quella dis-omogeneità che è intrinseca nelle nostre esperienze di vita. Come fare? Già modificare la propria didattica o almeno tentare sarebbe una rivoluzione copernicana! E insieme “mettersi in ascolto” dei  nostri alunni, che ci parlano della complessità umana e quindi ci dicono qualcosa di nuovo anche su di noi.

Un piccolo episodio “dis-orientante” che mi è accaduto questa settimana ha rafforzato in me questa convinzione. Essendo una collega di un’altra sezione assente per una uscita, il Preside mi ha chiesto inaspettatamente di impiegare la mia “ora di buco”nell’orario per fare una supplenza in quella terza classe che non conoscevo. Non ero preparata all’evento, né potevo chiedere aiuto alla collega assente. Così, al suono della campanella, mi sono recata nell’aula dove mi ha accolto  il collega di matematica della classe, il quale mi ha informato che i ragazzi erano alunni intelligenti, ma con diverse difficoltà relazionali e mi ha lasciato con un divertito “Auguri!”.

L’esperienza era inattesa per me quanto per loro: non nego che i primi 20 minuti sono stati una mia “messa alla prova” da parte della classe e tuttavia, mentre ascoltavo i ragazzi che mi manifestavano “le loro difficoltà relazionali”, sia nel linguaggio verbale che nel non verbale, ho pensato che l’unica modalità con cui potevo dare senso a quella esperienza era dimostrare loro che ero davvero interessata alla loro persona e, in particolare, al momento di scelta importante che stavano vivendo. Così ho scritto alla lavagna il motto della scuola di Don Milani “I Care” ed ho proposto ai ragazzi di raccontarmi qualcosa di come stavano vivendo la scelta della scuola superiore, perché desideravo conoscere più a fondo  le loro difficoltà e le loro risorse  e capire se erano simili a quelle dei miei alunni o se c’era  qualcosa di diverso. Così, insieme, non senza fatica ma con autenticità, abbiamo potuto restituire un senso a quell’ora fuori programma e utilizzare quel tempo di vita per conoscerci e riconoscerci in uno scambio umano, che ci ha reciprocamente arricchiti.